sabato 28 gennaio 2023

SCUOLASCUOLASCUOLA

Un mix di informazione sottile di dettaglio che talvolta richiede accurata investigazione, attenzione alle scadenze e tempistiche, networking, ma solo fino ad un certo punto, e una fine strategia (che nemmeno Macchiavelli) sono oggi gli elementi necessari per iscrivere una tredicenne ad un liceo scientifico pubblico, a Milano.

I licei di interesse, in un raggio di una decina di chilometri, sono una quarantina. Si contano sulle dita di una mano quelli candidabili davvero ad una iscrizione per una serie di motivi, tra i quali la prossimità gioca un ruolo non secondario. Ebbene, ciascuna scuola fa da sè, quasi fosse l’unico istituto della nazione, dettando regole e criteri di accoglimento, selezione e geografia. Dunque c’è quello che accoglie con un ‘test orientativo’, che non si può chiamare test di ingresso perché il ministero non lo permette, ma il test fornisce moltissimi punti in graduatoria dunque se non lo fai, e bene, sei fuori. Poi c’è quello che usa un criterio geografico di prossimità che include soltanto i tre isolati adiacenti, quindi tutto il resto dell’utenza, per quanto sia prossimo,  non lo è abbastanza. Quasi tutti usano come odioso criterio dirimente i voti della pagella finale di seconda media, quelli dove chi fa un po’ lo scemo viene penalizzato, come non ci fosse già anche un voto di comportamento. 

Ci sono scuole che privilegiano il consiglio orientativo, quel documento che il consiglio di classe genera per suggerire un potenziale prosieguo degli studi - si chiama ‘consiglio’, eppure viene recepito come titolo che genera punteggio. 

Ci sono poi i criteri di privilegio di studenti dello stesso plesso, fratelli o sorelle già presenti (e no, nonostante la nonna MM abbia caldeggiato l’idea, nessun punteggio addizionale per ex alumni in famiglia, nel caso dei genitori - XX aveva frequentato proprio una delle scuole più prossime). 

Così da qualche mese è partito il monitoraggio sistematico degli open day, quegli incontri sciagurati dove più che presentare la sostanza si presenta il contorno (sarebbe come dire vieni al ristorante stellato che il piatto è guarnito con i cranberry canadesi), nella speranza di carpire qualche informazione nascosta o meno nota che possa aiutare la strategia dell’iscrizione. Ad esempio, chessò, scegliere come prima lingua il francese.

Come spesso accade di fronte all’incertezza, le mamme vicine a XX cercano il confronto. Così hanno istituito una chat per scambiare il informazioni sugli open day, e nello spazio comune condividono informazioni e sentito dire. Naturalmente al sentito dire si attribuisce un valore legato alla persona che lo dice, dunque le stesse informazioni possono naturalmente portare a strategie diverse.

Nello specifico, per la microba alla fine si è tentata la sorte: iscrizione al liceo che discrimina unicamente sulla base della pagella, ma con un metodo di calcolo barocco e con medie pesate di cui la scuola stessa fornisce un simulatore online. Lei avrebbe scelto una scuola che le sarebbe piaciuta di più (criteri di apprezzamento da definire) che è stata indicata come seconda scelta. Sperando di cascare in piedi.

A due giorni dalla scadenza legale del periodo delle iscrizioni, XX e YY hanno affidato i futuri anni educativi microbi al destino. 

Altro mistero: come mai si lamenta la penuria di studenti, e ancor più di studentesse, delle discipline STEM, quando la scuola in assoluto più presa d’assalto è il liceo scientifico?

sabato 21 gennaio 2023

PARACHE?

‘Quando andiamo da Decathlon, devo comprare i paraglomi. Vedere se li trovo della forma giusta. Altrimenti si ferisce, si infetta e poi bisogna chiamare il VETERINARIO.’

Ecco, l’ha trovata, la cucciola grande, la parola che apre tutte le porte: ‘veterinario’. Lo spauracchio di qualcosa che non si conosce, nello specifico i vizi e le virtù della salute equina, della quale XX e YY temono un costoso tracollo. 

Investigando un po’, si scopre che questi ‘paraglomi’ sarebbero delle protezioni da mettere intorno agli zoccoli del bestione che, nei suoi virtuosi dieci hanni di vita, non ha ancora imparato a trottare senza picchiare le zampe dietro contro quelle davanti, procurandosi delle ferite che con la terra del campo si infettano e vanno curate da veterinario da remunerare.

Sarebbe come se nell’età di giovane adulto di un umano, uno corresse dandosi i calci sul sedere con i talloni, tanto da poi dover ricorrere a costose cure mediche private per curare le lesioni. Tutte le volte che corre, cioè se sei un cavallo, tutti i giorni.

La successiva puntata al negozio sportivo ha dunque previsto la selezione accurata di paraglomi, che sono un po’ come delle pantofoline per gli zoccoli, o dei parabordi per le barche. Solo che le barche non scelgono di farsi male. Il cavallo, sembra di si. Dunque i paraglomi vengono scelti della forma che sembra la più adatta alle delicate zampe, vengono acquistati, messi intorno agli zoccoli alla prima occasione, la forma va bene ma la protezione no. E il cavallo dall’intelligenza fuori dal comune (…) continua a ferirsi. La puntata successiva è l’acquisto di soluzione disinfettante, per cominciare a parare la potenziale infezione, per poi ripartire alla ricerca di paraglomi di forma diversa, più delicati, più morbidi, più coprenti o sa il cielo che. Un corredo di epoca vittoriana era decisamente meno ricco e variegato degli accessori che servono al maestoso Gino, che ha di recente ricevuto una mantella impermeabile per non bagnarsi, una coperta per stare al caldo quando finisce di lavorare, un pigiamino, diciamo l’intimo, perché la coperta sia confortevole e non gli speli il manto del collo, e che ha bisogno della protezione agli zoccoli per non farsi male alle zampe da solo.

martedì 3 gennaio 2023

NAPOLI MILLE EMOZIONI

L’anno scorso a quest’ora i Noicinque scorrazzavano tra le isolette norvegesi innevate e a picco nel mare, arcipelago in cui sono stati blindati causa test covid positivo della cucciola grande. Quest’anno, in formazione ridotta perché la stessa cucciola grande non ha voluto rinunciare a coccolarsi il suo cavallo e soprattutto a cinque giorni di autogestione sola in casa, la meta è stata meno lontana forse, ma ugualmente esotica.

I Noiquattro sono arrivati, con la famiglia dell’amica antica SJ, nella bella Napoli, per viverla ‘da dentro’, attraverso cooperative e progetti sociali che offrono alternative al malaffare.

Così in questa prima giornata piena hanno visto tante cose accompagnate dalle parole sapienti e dagli occhi gentili di Gianluca, la guida che li ha accompagnati alla scoperta di una città inedita. E con lui hanno scoperto, per esempio, che l’ex convento in cui dormono si chiama Monacone in onore di un certo San Vincenzo che pare responsabile di svariate guarigioni miracolose dalla peste del milleseicento, ma la chiesa lì accanto è intitolata a San Vincenzo oppure a Santa Maria a seconda di chi te ne parla, un po’ come inter e milan.

Hanno visitato le catacombe dove c’erano le nicchie di taglie diverse a seconda della stazza del morto, che veniva lasciato alcuni mesi a ‘seccare’, diciamo, per poi avere il capo tagliato ed esposto in affreschi e guadagnarsi, con l’indulgenza pagata per questa esposizione del cranio, una più rapida ascesa in paradiso. Così nei sotterranei di San Gaudioso (che è un altro santo ancora, Napoli sembra avere cinquantaquattro protettori, in un pantheon curiosamente simile a quello delle divinità indù) si visitano nicchie vuote e teschi montati sopra affreschi di scheletri con pantaloni o gonne sontuose a caratterizzarne il nobile proprietario o proprietaria. 

Uscendo alla luce, nel quartiere Sanità, ci si emoziona di fronte a enormi murales che raccontano di volti di bambini del rione, di due fratelli affetti da una malattia genetica e poi guariti, da una statua a colori di un ragazzino ucciso da una ‘stesa’, una sventagliata di mitra di avvertimento dei clan.

Qui tutto è rumore forte, traffico impensabile, scooter che filano via a pochi millimetri dai passanti, musica, colori, profumi, banchetti e botteghe in un intreccio unico e caotico.

La guida Gianluca dagli occhi gentili mostra il duomo e racconta la storia di san Gennaro, che poi forse era tunisino e poi forse è stato scelto come patrono per il nome, perché, sempre forse, il duomo è stato costruito sopra un tempio pagano intitolato a Giano bifronte e Gennaro era il nome che gli somigliava di più. Forse. 

E poi quella cosa del miracolo, che per la chiesa miracolo non è ma viene definito come evento inspiegabile, la liquefazione del sangue di san Gennaro: siccome la prima volta che successe fu durante uno dei trasferimenti della reliquia nel millesettecento circa, da allora l’idea è che il sangue si sciolga quando è trasportato, indi la processione. Prima si scioglie, meglio è. Tutti hanno qualcosa da chiedere a San Gennaro per sè, per la città, per qualcuno di caro…e la richiesta viene fatta un po’ come si farebbe ad un parente ricco, ‘eddai, che ti costa?’, un po’ richiesta e un po’ pretesa.

Gianluca racconta che le prime file della processione sono occupate dalle ‘parenti di San Gennaro’, vecchiette che cominciano con richieste dirette che mano a mano che la cerimonia procede diventanto sempre più imprecazioni, proprio come si farebbe con un parente ricco che non ci ascolta quando gli chiediamo un favore. La commistione tra religione, spiritualità, superstizione e baratto ha un che di incredibile.

E poi la giornata si allunga verso il mare, alla ricerca di un po’ di sole, un po’ di cielo invisibile dai vicoli e decumani, ed ecco che là, tutto a sinistra guardando il mare, compare il Vesuvio. Grande e presente, sembra fare la guardia alle formichine, mille e mille, che si affannano operose ai suoi piedi.

Questa prima giornata ha raccontato di una città dalle mille letture, dal mille colori. Non a caso, si canta così.

mercoledì 28 dicembre 2022

GINO GOURMET

Tutti i bambini imparano che le scimmie mangiano le banane, i cano risicchiano gli ossi e i cavalli sono ghiotti di carote e carrube. Per quanto possano non aver presente come sono fatte queste ultime, è sapere comune che le carrube sono il cibo preferito dei cavalli. 

Quasi tutti, perché la nonna MM, che da fine conoscitrice delle piante ha identificato due alberi proprio di carruba nel parco accanto a casa, è andata a raccogliere le carrube cadute. Ne ha consegnato un pacco alla cucciola grande per il cavallo, ormai di famiglia, e lui…non le mangia! Così le carrube sono state la ghiottoneria di tutti gli altri cavalli del maneggio, e a lui rimarranno le carote comprate apposta. È un po’ come dire che a un cane non piacciono gli ossi, o a una bambina gli gnocchi…vi ricorda qualcuno?

sabato 3 dicembre 2022

PANE PER IL CUORE

La scuola microba ha lanciato qualche tempo fa una raccolta di doni da consegnare, impacchettati, con indicazione di età (ed eventualmente genere di atteso interesse, per quanto questo sia sempre meno rilevante) del gioco contenuto. Ad ognuno era richiesto di portare un dono destinato ad un coetaneo, o ad una coetanea.

La risposta é stata enorme, si sono raccolti più di duemila regali che i volontari sono andati a recuperare con un camion. 

L’idea era distribuire un dono ad ogni bambino che si presentava, con un adulto, a fruire della distribuzione di cibo giornaliera presso la locale e celebre mensa di beneficienza. I volontari, impegnati nella gestione delle oltre duemila persone in coda, hanno chiesto a qualche genitore della scuola di assisterli nella distribuzione dei regali. Così XX, in una gelida mattina del suo compleanno, ha potuto vivere la città solidale, la città piena di chi fatica, la città fredda e grigia dove trovi una mano. Con altri genitori della scuola, imbacuccati che neppure in Lapponia, hanno cercato di dare ordine alla massa di pacchetti e pacconi, l’ordine che si disordinava in un niente - ha visto occhi gentili e occhi inariditi dal dolore, ha assaporato sorrisi e ricevuto parole più dure in un caleidoscopio di emozioni di grande intensità. Nel suo cuore resteranno il bimbo che accompagna la mamma, e che parla un italiano perfetto e senza inflessione, facendo da interprete alla mamma, e che chiede al banchetto pieno zeppo di doni: ‘Sono stato buono, posso avere anch’io un pacchetto anche piccolo?’ con un garbo, una gentilezza e quasi troppa umiltà rispetto alla spavalderia che si vede troppo spesso.

E poi, due signore, età stimata sessantacinque, facilmente sorelle o amiche: l’una accompagnava l’altra più in difficoltà. Chiedono un regalo anche loro per la signora in difficoltà, dietro il banchetto riflettono su che cosa ci possa essere di adatto, dopo aver avuto un cenno di assenso dai rigidi volontari che mantenevano l’ordine ‘Solo bambini qui! Solo bambini!’ E poi ti accorgi che le conoscono, le sue signore, e che quella più in difficoltà è come una bambina, e che allora ok, a lei si accorda un dono. Si, ma che cosa? Così tutti cominciano a toccacciare i pacchetti per identificare qualcosa di morbido, se ne sbirciano un paio e voilà, eccone uno che dobrebbe contenere un peluche di forma indefinita, da un piccolo strappo nella carta se ne indovinano i mille colori. Il pacchetto viene consegnato nelle mani fredde e tremanti e gioiose, viene abbracciato con tutte le braccia in un gesto ineguagliabile, ancora con tutta la carta; intuendo nell’abbraccio la morbidezza del contenuto, il viso della signora bambina, fino ad allora incerto, si arriccia in un sorriso sdentato di gioia purissima, di quella che XX non ricorda di aver visto. Un viso che si apre alla felicità di essere stato riconosciuto in un bisogno così piccolo, sembra a noi, come quello di ricevere un piccolo peluche di tutti i colori in una gelida mattinata di dicembre. E a XX torna alla mente quello studio che dice che le scimmie, e un po’ anche noi, sviluppano attaccamento con le cose morbide e coccolose più che verso chi li nutre: cose morbide e coccolose, fisiche o astratte nel valore della relazione, di un gesto gentile, contano più del bisogno primario di nutrimento. Tutto in quell’attimo di sorriso sdentato di gioia purissima.

giovedì 1 dicembre 2022

PALINDROME

Il primo giorno di dicembre, nella famiglia di origine di XX, è sempre stato una doppia festa. È infatti il compleanno della supernonna MM e anche l’anniversario di un matrimonio modernissimo della nonna con l’ineguagliabile papà di XX. Così XX ricorda, nella creatività della sua infanzia, di aver prodotto innumerevoli lavoretti per celebrare la doppia ricorrenza speciale. Collane di carta stagnola, riproduzioni degli sposi con i rotoli di carta igienica appoggiati, ottimisti e fieri, su una altrettanto improbabile torta, e molte altre amenità.

In questo primo di dicembre, invece, ricorre il numero 8 1 1 8, le età, palindrome, della nonna MM e della cucciola grande, neoadulta. Così le torte si girano e i numeri sembrano quasi uguali, e nel giro di una manciata di appena tre settimane in casa noicinque si sono celebrati due compleanni sontuosi a base di otto e di uno. 

A pensarci, questi numeri, l’otto che se lo sdrai vedi l’infinito e l’uno che indica la via, sono proprio due numeri belli. Mescolali come vuoi, ma in questa giornata di età palindrome si appiccicano ad una mamma e nonna meravigliosa, che ha vissuto l’impossibile e lo trasferisce, con un amore senza tempo e senza confini, alle sue nipoti(ne) adoratissime, raccontando le storie del passato ma anche una lettura di questo strano presente, mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi manicaretti e la sua macchina alle necessità di nipoti e cavalli; gli stessi numeri si appiccicano alla cucciola grande,  neodonna meravigliosa, che vede molto e parla poco, almeno con chi abita con lei, risparmiando le sue molte e belle parole per il resto del mondo, meglio se con pelo, squame, zampe, zanne, ali, probiscidi, zoccoli, fanoni o altri accessori.

Così questa giornata di otto e di uno vuole celebrare gli otto dell’infinito, del colorato passato e del  caleidoscopico futuro, e la direzione di una gioia di ieri, di oggi e di domani. Gli otto e gli uno palindromi.

martedì 22 novembre 2022

ALCUNE COSE VISTE IN INDIA

L’India è così intensa. Quando si immaginano le immagini, pardon per l’assonanza, della grande madre, India si vedono il Taj Mahal, gli elefanti, turbanti, magari il Gange, molto oro e molti rickshaw.

Quando si viaggia in India, se ne riconoscono le sue tre, intensissime nature: quella economica fatta di business, di commercio, di negoziazione, di interesse per un paese che sia avvia (se non lo è già) ad essere presto il più popoloso del mondo. Così la mente agile con i calcoli degli indiani si fa acuta, il resto del mondo e molti di loro stessi cercano e trovano interessanti opportunità commerciali.

Poi c’è l’India della spiritualità, di quella intensa che XX cerca di praticare, di quella policromica e fantasiosa degli indù, con il loro pantheon di divinità che fa scomparire i tanto celebrati dei dell’Olimpo della tradizione europea. Nei templi indù tutto è colore, fiori, devozione, profumi, frutti - ci si accalca di fronte ai bramini porgendo ciotoline di offerte piene di fiori gialli, noci di cocco ed incensi - la dea Lakshmi, nello specifico della testimonianza corrente, brillante dietro gli ornamenti sobri come i fuochi d’artificio a Capodanno, accoglie sorniona le ciotoline di offerte tutte uguali, che vengono da cuori diversi.

E per ultima, c’è l’India quella difficile da guardare. Quella delle persone che vivono di nulla, che alla meglio hanno un tetto di fango sopra la testa, quelli che lavano i bimbi biotti nei depositi di acqua per innaffiare i campi, che si lavano i denti in strada, che caricano la bici (ad averla, una bici) di tutti i loro averi in sacchi di juta che ti chiedi come fanno a stare dritti, o quasi dritti, quelli che hanno un carro ma è piccolo e allora per riposarsi fanno un anello con un pezzo di stoffa e ci appendono dentro la testa, che penzola fuori dal carretto mentre il suo proprietario, a dispetto del mondo, dorme in pace. L’India di chi non rinuncia alla sua parte spirituale e devozionale e ha creato un tempio intitolato a Ganesh dipingendolo su uno spartitraffico di cemento e poi, a dispetto del rispettoso, silenzioso e tranquillo traffico di Delhi, ci si mette davanti in assorta preghiera. 

Queste tre Indie hanno una cosa in comune, o quasi, qualcosa che tutti riconoscono e frequentano: sono quei minuscoli trabiccoli conosciuti con il nome di rickshaw, o risciò, all’italiana, che rappresentano il mezzo più indiano che c’è. Rappresentano l’India nell’idea che tutto scorre e nulla si ferma, e un risciò non si ferma quasi nemmeno per far scendere o far salire qualcuno. Rappresenta l’India nei cambi repentini di direzione, il ruotino davanti arriva a girarsi fino a novanta gradi che XX quelle curve non riesce a farle nemmeno in bicicletta o in monopattino. Rappresenta l’India che schiaccia e stiracchia lo spazio, le cronache di questo viaggio ne hanno registrato fino a sette passeggeri.

I risciò sono simpatici. Sarebbero tutti uguali, neri e gialli e un pochino verdi, o almeno si suppone escano tutti uguali dalla fabbrica. Ma poi, nelle strade di Mumbai o Delhi o Hyderabad, come per i fiocchi di neve, non ce n’è uno uguale all’altro. Impossibile trovarne uno senza i segni di qualche passaggio azzardato che possiamo aspettarci abbia sfiorato la collisione, sui rickshaw si impara a misurare la distanza di sicurezza in millimetri, anziché in metri. XX ha visto una moto, nemmeno enorme, il cui rider dal piede inciabattato in una bella ciabatta da doccia di gomma che aveva visto albe migliori, ebbene, con la ciabatta su un angolo del risciò lo spingeva a mo’ di carro attrezzi; la fisica dell’intera operazione sfugge all’umana comprensione e tuttavia le cinque ruote si muovevano sincrone, secondo il mantra che tutto scorre.

Sono tante le scritte che XX ha osservato sulla parte posteriore dei mille e mille risciò che come apine operose ronzano, rapidissimi, per le strade (e autostrade!) indiane: un mandala fosforescente, numerosi mandala impunturati nel tessuto nero o sbiadito, la scritta ‘Uber’ (!?), un trompe l’œil del finestrino posteriore con due occhi meravigliosi che guardano fuori, il simbolo apple (niente di più lontano dal pulito bianco design della mela…), la scritta ‘my auto is safe’ (magari…), un’inedita proposta di ‘self drive’ (seee), pubblicità varie di università di moda, la vendita di lotti di terreno, la vendita di scooter usati, l’augurio ‘pace e felicità’, il suggerimento ‘don’t drink and drive’ (posto che essere un po’ bevuti servrirebbe, in linea di massima, ai passeggeri), una targa stampata con adesivi con i numeri a testa in giù.

E così è proprio a partire dai mille e mille risciò che XX cerca di portarsi queste tre indie nel cuore, questo paese così intenso, così schietto, così profondo, nell’attesa di tornarci, magari con meno frenesia e meno doveri, pet potersi dedicare alla sua meravigliosa, contraddittoria e poliedrica affascinante cultura.

domenica 13 novembre 2022

AL DI QUA E AL DI LÀ DEI CONTINENTI

La cucciola grande passa i sabati sera a divertirsi, questa volta a fare finta di farsi la guerra, con agguati e tutto quanto. XX aveva qualche remora su questo tipo di gioco per le cucciole bambine, ma ora, a diciotto anni…diciamo che diamo per assodato che possano scegliere pace o guerra (pace, via…). Torna tardi, ma quando si tratta di cavallo da montare la mattina non c’è tardi che tenga, la cucciola grande trascina YY per finalizzare la burocrazia dell’arrivo di Gino in famiglia. Il veterinario ha detto che sta bene, non si capisce bene come funzionino le radiografie alle zampe di un organismo da mezza tonnellata, ci si fida. La cucciola monta, si lascia addirittura fotografare con il lungo muso bianco (lei direbbe grigio) di Gino accanto, la foto è prevalentemente a beneficio della famiglia allargata che sarà impegnata, con i regali di Natale, a fornirgli un guardaroba. 

Nel frattempo, parecchio più a est nel mondo, XX è arrivata in quell’India che porta nel cuore. In India non è tutto oro quello che luccica (e lì luccicano molte cose…), così l’hotel in cui si trova ha più l’aria del residence al risparmio in cui vanno a sciare.

La prima giornata ‘libera’ di India XX la trascorre in parte al telefono con l’help desk della carta di credito aziendale, che conta male e non le permette di pagare. Non male come debutto di una trasferta intercontinentale di due settimane. Così passa qualche ora in linea con operatori vari seduti tra Istanbul e Lisbona, e poi decide di uscire e tuffarsi in questa India così…indiana.

Alla concienge le avevano indicato, con un dito che puntava dietro una folta siepe, dove andare per cercare il mercatino più vicino. Lei esce, apre google maps per non perdersi proprio subito, le segnalano che la fermata del bus sarebbe stata più indietro. Lei vuole andare a piedi, ma niente, non c’è verso, cominciano i segnali di fumo al rickshaw di fronte. Si negoziano prezzi e destinazioni, e il tutto finisce con XX scarrozzata da Rokiy, come il pugile ma scritto all’indiana, tra mercatini e templi sick e indu. 

XX non si spiegherà mai il successo del traffico indiano, dove in effetti tutto scorre, tutto suona (uso di clacson e frizione hanno frequenza paragonabile) il codice della strada non esiste e sulle carreggiate si trovano mezzi di ogni genere e grado. 

Oggi ha visto in strada mucche, cani e scimmie, queste ultime della zona esclusiva del parlamento dove le persone non possono andare ma i macachi si.

Ha visitato il tempio di Lakshmi, dove si accavalla grande raccoglimento e grande ressa nel consegnare le offerte alla dea. Ha imparato che gli animali simbolici dell’India, oltre al pavone che la rappresenta, sono l’elefante per superare le difficoltà, il cavallo per il potere e il cammello per la pace. Non è chiaro quale sia il protettore della sicurezza stradale, che ce ne sarebbe parecchio bisogno, deve essere un essere potentissimo.

E dunque Gino, saresti simbolo di potere ed energia in India…che tu possa portare gioia e serenità, empatia e amore a quetsi Noicinque ora diventati Noicinque + 4 zoccoli.

lunedì 7 novembre 2022

OGGI È QUEL GIORNO IN CUI

Oggi è il giorno in cui compi 18 anni. Oggi è il giorno in cui, per lo stato, la responsabilità di te è tua. Non più nostra, tua. 

Tuoi gli onori della strada percorsa, tuoi gli oneri nel mantenere la barra in favore dei venti che scegli e sceglierai.

Le amiche più care mi hanno mandato frasi e foto da strappare il cuore, foto in cui sorridevi, con i capelli cortissimi, i denti da latte e le calze nei sandali (impossibile farteli mettere a piedi nudi per molte estati, i sandali, quando ancora avevamo voce sulle tue calzature), immagini che scaldano il cuore e che raccontano quanta è stata la strada che hai fatto, che abbiamo fatto insieme.

Oggi nell’eremo in casa al piano di sopra - quello in cui vivi, ti trinceri e nei pressi del quale sarebbe meglio non sostare, non ami avere persone vicino, almeno non quelle che abitano con te - in quell’eremo vive una bella persona, solida e riservata, che sa quello che vuole, anche se non ce lo dice, che si accorge delle cose, anche se fa finta di no. Vive una splendida giovane donna di oggi e di domani, che giocoforza rappresenta un esempio, talvolta scomodo, spesso imbronciato, molto silenzioso e riservato e pronto a battersi per i diritti che ritiene di avere, a cui qualche sorella guarda con complicità, reverenza, una punta di gelosia. Stai combattendo le tue e le loro battaglie, e loro lo sanno e sono con te. Non che tu ne abbia davvero bisogno…

Sei arrivata, diciotto anni fa, inattesa e all’improvviso con un buon anticipo sulla tabella di marcia, facendo della sorpresa la tua maniera di essere. Sorprendente la tua passione smodata per gli animali di qualsiasi tipo, abbiamo già ricordato varie volte le corse dei vermi della pioggia raccolti al parco e fatti gareggiare sul balcone e la commozione verso uno scoiattolino non più vivo incontrato in qualche bosco. Sorprendente perché di animali, noi, non ne abbiamo mai frequentati. Si vede che questa passione era un optional già integrato nella persona piccola che è arrivata a noi diciotto anni fa. La passione è con il tempo evoluta, cresciuta, si è affinata, è montata ulteriormente come la maionese e in questa meraviglia di maionese che sei diventata, fino a diventare una passione più precisa, verso animaletti discreti da mezza tonnellata come i cavalli. Poco importa se uno ti ha staccato parte di un dito, se per stare con loro si sta al caldo, al freddo, alla puzza, alla pioggia, se si è preda dei tafani e si spalano le abbondanti deiezioni. Di cavalli, ne hai conosciuti di grandi e di piccoli, di domati e di selvaggi, di obbedienti e di bizzosi, di campagna e di città. A tutti ti sei dedicata con una dedizione che non conosceva fatica, o magari la conosceva e presto la dimenticava.

I cavalli non ti hanno deluso, qualche persona si. E allora, con una determinazione testarda e granitica, hai scelto altri luoghi, altre figure di riferimento. Sullo sfondo, e nel profondo, la relazione con gli animali. 

Così è successo che nell’ultimo anno hai stretto ancora di più il legame con la famiglia degli equini, hai ricominciato a saltare, a tentare di farti uccidere dal cavallo più monello di tutti che ne faceva una più di Bertoldo per buttarti per terra, e lo stesso ha avuto il tuo amore e la tua dedizione.

Così è successo che hai sperato di poter avere un cavallo tutto tuo. Così è successo che proprio qualche giorno prima di questo tuo traguardo importante, l’universo, il caso, la fortuna e il maneggio che frequenti abbiano trovato un cavallo per te. A te piace, manco a dirlo, da impazzire. L’hai montato saltando altezze da record nei primi cinque minuti di contatto. Vi siete piaciuti subito, tu a lui, pare, e lui a te, moltissimo. Si chiama Gino, è olandese, e da oggi è tuo, o quasi, vanno solo completate alcune formalità burocratiche.

L’arrivo di Gino ha riempito molti ragionamenti delle scorse ore, riempirà molte delle tue giornate future. 

Nel frattempo noi gioiamo con te per la festa di oggi, per celebrare un sette novembre lontano in cui grazie a poco più di due chili di energia e anima di siamo diventati famiglia. Con te.

Auguri di buona nuova vita grande, cucciola nostra. Che le tue passioni ti portino dove vorrai.

lunedì 31 ottobre 2022

IN EFFETTI HALLOWEEN, LA SERA DEGLI SPAVENTI

In Italia questa è per molti una settimana corta, con un bel ponte in occasione della festività del primo novembre. E il ponte è il giorno di Halloween, quando la paura si esorcizza con scheletri, streghe e zucche. XX passa la settimana (non corta) nella faticosa Dubai, che sembra non soltanto un altro mondo ma proprio un altro pianeta. Partecipa a una fiera enorme con donne velate, rimane colpita dai vestiti tradizionali femminili tutti neri: con la coda dell’occhio ne vede alcune, di signore nerovestite, accanto al suo tavolo a fare colazione e la visione periferica riconosce le macchie nere degli abiti, tutti uguali, a cancellarne ogni traccia di identità. Cercando di attraversare queste intuizioni dolorose, il lunedì per rientrare dalla fiera sale sul bus alla volta del parcheggio dei taxi. No, per qualche regola bizantina i taxi non arrivano in fiera. Il bus è guidato da un giovane barbuto e prepotente, come sono la gran parte degli autisti di Dubai: barbuti e prepotenti. Il traffico è feroce, la precedenza una convenzione su carta, il bus decide che siccome lui è più grosso passa lui, la mercedes accanto pensa che siccome è più di lusso, passa lei. Il risultato è che non passa nessuno, bus e mercedes si scontrano, nessuno si fa male ma i due mezzi si bloccano e bloccano la via per un po’. A XX sfugge la negoziazione sui danni, ma ad un certo punto il bus riparte e finalmente sbarca tutti al parcheggio dei taxi.

Come gli altri stranieri alla fiera, anche XX scende dal bus e si avventura nella distesa di taxi sotterranea. Sale su quello che le viene indicato dai solerti addetti e si trova su una macchina bianca e gialla, come molti dei taxi di Dubai, guidata da un autista barbuto e prepotente, come si apprende sono molti autisti a Dubai. La sua guida è nervosa e aggressiva con brusche accelerazioni ed ancora più brusche frenate - una di queste, più brusca delle altre, porta ad un tamponamento a catena del taxi stesso: bottarella e un po’ di mal di testa, e con all’attivo due incidenti in meno di mezz’ora, XX si chiede se l’universo non volesse festeggiare con lei Halloween, la festa degli spaventi?