L’avevo cercato, fortissimo, lo spazio per andare a vedere Naza, il documentario in cui ventiquattro soldati israeliani raccontano come si fa, a sterminare un popolo.
E tu, cucciola meravigliosa, hai scelto di venire con me.
Lo so, lo so proprio, che nel tuo cuore abita una profondità intensa e autentica, che le tue antenne si accendono sul mondo per provare a leggerlo, a capirlo intimamente.
Così, sedute nei posti meno agevoli del cinema, seconda fila e di fianco, abbiamo visto, ascoltato e pianto insieme.
Ci ha colpito la ‘banalità del male’, il non farsi delle domande, la totale assenza di ricerca di significato. Il fatto che fosse tutto considerato normale, una pratica da evadere, dati da fornire, o da leggere. Infilarsi nel telefonino di una dodicenne, guardare le sue foto e trasmettere le informazioni perché tutto sia fatto saltare. ‘Papà è tornato’, e allora, se anche c’è una piccola probabilità che papà abbia a che fare con terrorismo, BUM, salta tutto, lui e la famiglia e i bambini e i vicini di casa. Naza, danni collaterali. Vabbè, dovevamo essere sicuri.
E invece talvolta nemmeno si era tanto sicuri, perché magari papà nemmeno c’era. Vabbè, sono tutti nemici.
Siamo uscite dal cinema con le lascrime sparpagliate sul viso insieme al mascara, i singhiozzi dal fondo dello stomaco e un grande bisogno di silenzio.
E le domande che questo film ha mosso restano appese. Ho letto un bell’articolo, l’abbiamo condiviso, per non lasciare che questo abisso scavi dentro di noi in silenzio.
Mi hai risposto, dell’articolo: ‘ho ritrovate molte cose che sono venute in mente anche a me, soprattutto perché questo week end quando mi stavo facendo le unghie ho visto un documentario su Hitler con tanti estratti di regitrazioni originali del processo di Norimberga..’
E io ho pensato alla tua meraviglia del saper tenere insieme un momento magari frivolo, e di cura, che solo le tue belle unghie, con la sete di profondità di mondo.
E l’abisso dentro di me si è un po’ rimpicciolito.