Sei nato qui, Mak: mamma e papà dall’Egitto, e tu rappresenti un magnifico ponte fra le culture. La lingua che parli a casa non è la stessa che parli a scuola, eppure sono entrambe la tua lingua. Insieme. Sai delle tue tradizioni, e sai e sei di questo paese. Anche se al mondiale di pallone, tiferai Egitto.
Eppure, per le leggi barocche di questo luogo, non potevi ancora dirti italiano. Perché mamma e papà sono dell’Egitto, appunto. Poco importa che tu sia nato qui, che sia andato all’asilo di zona, alla scuola elementare, alle medie e perfino ora alle superiori alla scuola italiana, la stessa scuola microba. Che canti tutte le canzoni più trap e rap e chissà, tutte italiane. Che tu sia stato, fin da bambino, profondamente immerso di italianità.
Hai dovuto essere maggiorenne, ci è voluto un appuntamento con l’assessora in rappresentanza del sindaco, come per i matrimoni; avete parlato della Costituzione, lei ti ha chiesto l’articolo sulla guerra e si, l’Italia ripudia la guerra. Gliel’hai citato, accanto a quella prima ‘cantilena’ che in Italia sanno anche i sassi: ‘L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.’ Il primo articolo.
Ne hai parlato con l’assessora, lei ha scoperto che studi diritto, ha scritto un bel messaggio alla tua prof, che credo sia stata molto fiera di te.
Se fossi stata nell’assessora, proprio mentre firma il fatto che tu sia diventato italiano anche per le scartoffie, ti avrei detto quali sono per me le tre parole importanti di quella ‘cantilena’ del primo articolo della Costituzione.
Prima parola: repubblica. Vuol dire che è di tutti, viene dal latino res (cosa) pubblica. Quindi che l’Italia è di tutti noi, ed è importante averne cura. In un parco, in un discorso, con i gesti e con le parole. È nostra, e va trattata bene.
Seconda parola: democratica. Cioè tutti decidiamo e contribuiamo a renderla ciò che è. Potrai votare. Fallo, è importante, anche se pensi che il tuo voto sia piccolo in contronto ai grandi numeri. È il tuo pensiero, e in passato ci siamo battuti perché tutti, e tutte, potesserlo esprimerlo. Abbine cura.
Terza parola: lavoro. Sembra una parola di fatica, lavoro. E invece credo sia una parola di cura. Solo con lavoro accurato si fanno le cose belle, si pensano i pensieri belli. E quanti sono i pensieri belli che tu hai per noi e per la tua persona importante. Lavoro è quella vibrazione di affetto nella voce, quell’attesa, quello stare. È una parola bella, un modo bello.
Così l’assessora con la fascia tricolore ha firmato, e ora sei italiano. Lo eri già, ma ora lo dicono anche i documenti.
E io non ti so esprimere la gioia di saperlo. Dirai: ‘non cambia niente.’ Lo so, eppure non è vero. Cambia che il tuo essere ponte ora è ancora più solido e radicato.
Non so se era buona la torta che YY ha fatto per festeggiarti. Quello che c’era in quella torta è tutta la felicità di sapere che le cose diverse sanno stare bene insieme, come stanno in te. E anche se per te non cambia quasi nulla, noi siamo stati privilegiati ad aver partecipato a questa festa, che non avrebbe dovuto essere perché quel che si celebra era già. Speriamo di cambiarle in fretta, le regole delle scartoffie, così chi come te è ponte nel mondo lo sia senza bisogno di aspettare l’assessora.
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